L’ICONA PRESENTE IN TUTTO IL MONDO RISCRIVE LA STORIA, RIVELANDO L’ETÀ DELL’ORO

Le correlazioni e i collegamenti tra le simbologie delle antiche civiltà, sfidano, se non riscrivono la storia del mondo antico, mostrando come le prime culture civilizzate abbiano condiviso misteriosamente sempre la stessa icona “religiosa”.
Dagli Egizi agli Assiri, dai Pre-Inca agli Europei, dai Sumeri agli Achei, l’icona è praticamente onnipresente.
È il simbolo perduto di una dimenticata religione planetaria globale, tramandata forse nella misteriosa età dell’oro che fiorì a livello globale nel passato più remoto, come raccontato dai vari testi di tutta l’antichità?
Questi simboli si possono trovare tra le più antiche rovine del mondo, e le culture di cui ne sono parte sembrano essere sorprendentemente collegate tra di loro, cosa che però viene da sempre rigettata recisamente dal mondo accademico.
Con entrambe le braccia tese in direzioni opposte (destra e sinistra), una divinità maschile o femminile regge tra le mani degli oggetti uguali, in modo perfettamente simmetrico.
Gli oggetti raffigurati di solito sono animali, spesso serpenti, ma si possono trovare anche particolari piante, armi e altri oggetti dalle bizzarre caratteristiche.
Se tutte queste civiltà si sono sviluppate separatamente, progredendo in modo del tutto autonomo senza mai entrare in contatto tra loro, come viene sostenuto dalla storiografia ufficiale, allora com’è possibile che queste icone, questi “simboli” siano presenti praticamene in ogni luogo del globo, e sopratutto in posti così distanti nel tempo e nello spazio.
La verità è che a differenza di quanto viene da sempre insegnato dai soliti circuiti accademici convenzionali, figli di una cultura illuminista nata a tavolino nelle polverose aule delle università settecentesche, che ha avuto come unico scopo quello di porre un dogma antiteista alla base dell’interpretazione dell’origine delle specie viventi sul pianeta terra, e del progresso sociale e civile dell’essere umano, queste antiche culture rappresentate dagli stessi simboli, dagli stessi culti, e dalle stesse incredibili capacità in campo edilizio, non si sono affatto sviluppate “autonomamente” a seguito di tortuosi piccoli passi evolutivi all’interno di una storia lineare e “progressista” che per dilla alla Rousseau “con gran fatica ci reca sù” come appunto viene sostenuto, ma al contrario, erano unite dalle stesse credenze spirituali, di cui il patrimonio unitario è derivato molto probabilmente da una antica e grandiosa civiltà preistorica globale, fortemente tecnologica, che attraversò il globo in un tempo difficilmente identificabile e databile, ma che probabilmente si colloca ben prima del 12.000 a.C.

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L’ARCA DI NOHA E IL DILUVIO UNIVERSALE NELLE TRADIZIONI DEL MONDO ANTICO

Il racconto dell’arca di Noha, con conseguente diluvio universale, deriva da delle cronache, o se si preferisce da una serie di “miti” di gran lunga antecedenti alla Torah Ebraica stessa. Se ne narra sia nel Poema di Atraḫasis Paleobabilonese, che in alcuni poemi sumeri datati intorno al XVI secolo a.C, e tradotti col nome di “Enki e Ninḫursaĝa”.
La cosiddetta “Arca”, viene descritta dai suddetti poemi (ma sopratutto nella tradizione talmudica degli ebrei) come una enorme banca “dati” galleggiante che servì a conservare i SEMI di tutte le specie viventi animali che abitarono la terra prima del diluvio.
Nel poema di Atrahasis, e nel racconto di Enki e Ninḫursaĝa, il ruolo del Noha biblico, viene “ricoperto” da Utanapištim/Ziusudra “colui che ha trovato la vita” uomo dalle caratteristiche sensazionali che fu preparato ed aiutato dal “Dio” Enki, che si oppose fermamente al concilio degli Anunna, in quanto avevano segretamente “complottato”, per lo sterminio dell’intero genere umano, avvalendosi di un’imminente dissesto che si sarebbe palesato su scala planetaria, dissesto che venne chiamato nei testi di tutta l’antichità col nome di “diluvio”.
Questo evento che venne ricordato e tramandato nei millenni sia per iscritto che per via orale dagli antichi popoli di tutto il mondo, viene spesso rifiutato dall’uomo moderno, che pensa di credere nella scienza, e che ha costruito attraverso di essa miti meno nobili e sopratutto meno veritieri (vedasi le varie ipotesi filosofiche ottocentesche senza prova alcuna, come il darwinismo o la teoria dell’attualismo).
In realtà l’evento del diluvio biblico, trova innumerevoli riscontri nella registrazione stratigrafica geologica e paleontologica, in un evento di immane portata registrato intorno al 9.600 a.C, e chiamato “Wurm”…
Anche la tradizione ebraica, attraverso lo studio del Talmud, attribuisce la causa di questo disastroso evento alla caduta di ben due meteoriti che impattarono in antichità sul globo terrestre, e che innescarono quello che viene considerato l’ultimo grande evento di estinzione su scala globale, ossia l’ultima grande era glaciale…
Curiosamente anche la data riferita da Platone nel suo Timeo per la fine di Atlantide, è “casualmente” la stessa (secondo la geologia) della fine dell’ultima glaciazione, così come è la stessa (secondo la paleontologia) dell’ultima estinzione di massa della storia (quando si estinsero la tigre dai denti a sciabola, il toxodonte, e dalle americhe scomparvero cavalli, elefanti, e camelidi) per non parlare del fatto che questo fatidico 9.600 a.C. risulta essere pure la data approssimativa in cui compaiono (o ricompaiono?) le prime civiltà che si dedicano alla coltivazione dei cereali, contemporaneamente ed in posti situati l’uno agli antipodi dell’altro nel mondo.

LA GRANDE PIRAMIDE TRA LE FALSITÀ DELLA STORIA

La domanda se Khufu/Cheope
avesse veramente fatto costruire la Grande Piramide, cominciò a porsi tra gli egittologi più di 120 anni fa, quando fu rinvenuto l’unico oggetto che menzionasse il (poco famoso) faraone Khufu e che lo collegasse alla suddetta Piramide…
Sorprendentemente esso asseriva che Khufu non l’aveva costruita, ma che bensì ESISTEVA GIA’ QUANDO EGLI COMINCIO’A REGNARE…
La prova è una stele di pietra calcarea rettangolare rinvenuta dall’archeologo Auguste Mariette a metà ottocento fra le rovine del tempio di Iside vicino alla Grande Piramide.
La famosa Stele viene conservata al Museo del Cairo con il nome di “Stele dell’Inventario”.
L’iscrizione mostra chiaramente che si tratta di un monumento autocelebrativo voluto da Khufu per commemorare la costruzione del tempio di Iside da lui ordinato.

La stele riporta:

VIVA HORUS MEZDAU
AL RE DELL’ALTO E BASSO EGITTO
A KHUFU E’ DATA LA VITA
EGLI FONDO’ LA CASA DI ISIDE
SIGNORA DELLA “PIRAMIDE” ACCANTO ALLA CASA DELLA “SFINGE”
PER SUA MADRE ISIDE LA MADRE DIVINA
SIGNORA DELLA MONTAGNA OCCIDENTALE DI HATHOR
EGLI FECE QUESTA ISCRIZIONE SULLA STELE
EGLI LE DIEDE UNA NUOVA OFFERTA SACRA
EGLI LE COSTRUI’ UNA CASA TEMPIO DI PIETRA RINNOVO’ GLI DEI CHE EGLI TROVO’ NEL TEMPIO

La stele dell’inventario mai smentita, è stata attaccata dagli egittologi ancorati al perenne status quo, come falso per via delle famose e contraddittorie iscrizioni trovate all’interno della Grande Piramide, ma queste iscrizioni con il nome di Khufu furono una vera e propria frode perpetrata dal suo scopritore l’archeologo Richard William Howard Vyse, che all’interno non trovò praticamente un bel niente (era convinto di trovare il famoso tesoro), ma che tuttavia sono serviti a dar credito alla perenne ed immobile versione “ufficiale” accademica, ossia che i costruttori di Giza fossero gli antichi Egizi.

L’OBELISCO INCOMPIUTO DI ASSUAN

 

L’obelisco incompiuto di Assuan è un obelisco egizio la cui estrazione non è stata completata.
Si trova dentro una grande cava di granito, situata circa 2 km a sud della città di Assuan, in Egitto.
Il lato inferiore non è stato completamente distaccato dalla cava, ed il progetto per la sua realizzazione si dice sia stato abbandonato per via di alcune incidentali fratture che si vennero a creare nel granito probabilmente durante la lavorazione stessa del monumento.
Il monumento misura oltre 40 metri e pesa più di 1.200 tonnellate, ed è considerato il più grande blocco di pietra esistente al mondo, al pari del mastodontico monolito di Baalbek in Libano.
Questo gigantesco obelisco di granito, viene attribuito dall’autoreferenziale accademia in maniera del tutto arbitraria al faraone della XVIII dinastia Tuthmosis III.
L’enorme blocco di granito è stato modellato nella cava in un singolo blocco da semplici scalpelli di rame, come afferma da sempre l’egittologia tradizionale? O fu lavorato in un lontano passato da una antica civiltà risiedente in Egitto ben prima della civiltà egizia stessa, utilizzando strumenti di cui purtroppo si sono perse le tracce?

I GRANDI MONOLITI DEL MONDO ANTICO

Un paragone tra i più grandi monoliti finora censiti sulla Terra ed alcuni degli elementi e degli esseri viventi di nostra comune conoscenza… per capire che simili blocchi di pietra, così grandi e pesanti nonché ad unico blocco, non potevano essere tagliati, estratti e posizionati, spesso a centinaia di chilometri di distanza, senza l’ausilio di tecnologie per perfino a noi contemporanei appaiono spesso di difficile utilizzo ed applicazione… Continue reading “I GRANDI MONOLITI DEL MONDO ANTICO”

IL SITO IRANIANO DI NAQSH-E ROSTAM

Naqsh-e Rostam, è un sito archeologico situato a circa 12 Km a nord-ovest di Persepoli, nella provincia di Fars, in Iran.
È considerato il sito archeologico più importante e spettacolare dell’antica dinastia degli Achemenidi.
Costituito da colossali tombe scavate nella roccia, gli antichi costruttori per lavorare ed intagliare la pietra della montagna, si avvalsero probabilmente di tecniche simili a quelle che furono adoperate per la realizzazione di Petra, il meraviglioso monumento situato in Giordania.
Queste tombe sono conosciute anche come le “quattro croci Persiane” per via delle particolari forme che ricoprono le facciate.
Quattro sono infatti le tombe appartenenti ai Re Persiani della gloriosa dinastia degli Achemenidi, e si ritiene siano quelle di: Dario I (522-486 a.C.) Serse I (486-465 a.C.), Artaserse I (465-424 a.C.), e Dario II (423-404 a.C.).
Le tombe si ritiene siano state saccheggiate dal grande Alessandro Magno, in seguito alla conquista dell’impero Achemenide.
L’archeologia tradizionale attribuisce la realizzazione di Naqsh-e Rostam, alla dinastia degli Achemenidi appunto, ma anche qui, come nel caso di moltissime altre costruzioni del mondo antico, le fonti purtroppo scarseggiano, e l’archeologia tradizionale preferisce in questi casi rifugiarsi nella più sfrenata “ortodossia” cercando di dare spiegazioni razionali, a ciò che razionale non è.

GÖBEKLI TEPE, IL SITO DI 12.000 ANNI FA CHE RISCRIVE LA STORIA

Göbekli Tepe è un sito archeologico, situato a circa 18 km a nordest dalla città di Şanlıurfa nell’odierna Turchia, presso il confine con la Siria, viene fatto risalire all’inizio del Neolitico, o alla fine del periodo Mesolitico.
Il sito è composto principalmente da una serie di monumenti megalitici di varie forme, tra cui circolari e ovali, situate sulla cima di una collina artificiale alta circa 15 m, e con un diametro di circa 300 m.
Le enormi e sofisticate pietre scolpite a forma di “T” sono state tagliate, assemblate ed organizzate in piena preistoria, da persone che secondo la storiografia ufficiale (comunemente accettata) non avevano ancora sviluppato alcuna sorta di civilizzazione, o ottenuto acquisizioni come ad esempio la scrittura, o strumenti metallici e di ceramica.
Göbekli Tepe è situato su un altopiano arido e pianeggiante, sul punto più alto di un’elevazione montuosa, e presenta varie tipologie di costruzioni e edifici delimitati da muri con in risalto figure scolpite nella pietra come coccodrilli, cinghiali, tori, scorpioni, formiche, volpi, anatre, leoni, serpenti e figure umanoidi dalle bizzarre anatomie dalle braccia stilizzate verso il basso ai lati.
Il sito si dice che sia stato notato per la prima volta da un pastore locale, quando curiosamente si avvicinò attratto da alcune strane pietre che fuoriuscivano dal terreno.
La scoperta fu poi portata ufficialmente alla luce grazie ad una spedizione condotta dall’università di Istanbul in collaborazione con l’università di Chicago nel lontano 1963. Successivamente divenne evidente che Göbekli Tepe consiste non solo in uno, ma in svariati templi megalitici, che vengono datati dell’età della pietra, templi che inspiegabilmente furono ricoperti completamente con la sabbia dalla stessa civiltà costruttrice del complesso, prima di abbandonarlo definitivamente ed emigrare in zone sconosciute, facendo così perdere per sempre le proprie tracce (cosa che ancora oggi non trova risposte o spiegazioni convincenti).
I primi Scavi furono condotti nel 1995 dal professor Klaus Schmidt con l’aiuto dell’Istituto Archeologico tedesco.
Schmidt è convinto che Göbekli Tepe sia il sito archeologico più antico di tutto il mondo, e addirittura in alcune interviste ha sostenuto più volte l’idea che possa trattarsi di uno degli Eden descritti nella genesi Biblica e in altri testi di “mitologia” per alcuni, di “cronaca” per altri, di tutta l’antichità.
Göbekli Tepe viene anche considerato (a ragione) una delle scoperte più importanti e rivoluzionarie della storia della moderna archeologia, e in un futuro non troppo lontano potrebbe cambiare profondamente e in maniera definitiva la comprensione di una delle fasi cruciali del genere umano, e del suo progresso civile e sociale.

IL SIGILLO BABILONESE DI SATURNO

Il Sigillo Babilonese dedicato alla dea della birra Ninkasi, viene conservato al museo Bible Lands di Gerusalemme.

Si tratta di un sigillo della serie classificata dagli studiosi come ” I sigilli della birra”, in cui vengono raffigurate delle scene di bevuta di birra da parte di alcune figure solitamente femminili. Questi sigilli sono generalmente dedicati alla dea babilonese della birra e degli alcolici Ninkasi.
Nelle scene la birra viene bevuta attraverso delle cannucce che escono da alcune giare chiamate “GAKKUL” o “LAMSARE”.
Come si può ben vedere il sigillo nella foto mostra anche alcuni particolari astronomici, tra cui (sopratutto) il pianeta Saturno circondato dai suoi famosissimi anelli!
È attestato da tempo e da svariati sumerologi che il pianeta Saturno fosse un pianeta conosciuto dai babilonesi, che lo identificavano con Ninurta o Nergal, ma nulla si sa sulla sua osservazione in epoca precedente, ossia l’epoca Sumero/Accadica.
Come è stato possibile per i Babilonesi incidere nel suddetto sigillo il pianeta Saturno circondato dagli anelli, almeno 4/5000 anni prima della loro osservazione “ufficiale” avvenuta da parte dell’astronomo Olandese Christiaan Huygens nel 1665.
Un particolare assolutamente da non sottovalutare, visto che gli anelli di Saturno non solo non possono essere visti dalla terra ad occhio nudo, ma si possono osservare solamente tramite potenti e moderni telescopi.
Purtroppo questo sigillo aldilà di alcune ricerche svolte dagli indipendenti rimane uno dei meno dibattuti dagli studiosi accademici, di tutto il vasto pantheon Mesopotamico.
A quanto pare a qualcuno pesa davvero tanto dover riscrivere la storia…

GLI INCREDIBILI SARCOFAGI DEL SERAPEUM DI SAQQARA

Il Serapeo si trova a Saqqara, sulla riva ovest del Nilo, a circa 30 km a sud della città del Cairo, viene considerata una delle aree funerarie più antiche e vaste di tutto l’antico Egitto.
Gli Egittologi tradizionali associano il Serapeo di Saqqara al culto dei Tori Apis.
Il Serapeo d’Egitto è particolarmente famoso anche per via della presenza di alcuni sarcofagi dalle strabilianti caratteristiche.
La data della costruzione di questi impressionanti sarcofagi viene fatta risalire alla XX dinastia dinastia egizia, nel cosiddetto “nuovo regno” quando il Toro Apis era considerato l’incarnazione vivente del Dio Ptah.
I Tori dopo la morte e la conseguente imbalsamazione, venivano trasportati tramite un’imbarcazione lungo la via sacra di Memphis a Saqqara, per poi venire sepolti nel tempio sotterraneo di Serapide.
Tuttavia però quando nel novembre del 1850, il famoso archeologo francese Auguste Mariette riscoprì il tempio del Serapeo, facendo saltare con dell’esplosivo la porta che bloccava l’ingresso, si ritrovò dinnanzi ad alcuni tunnel scavati nella roccia, che conducevano ad alcune strettissime nicchie, nelle quali vi erano posti dei sarcofagi dall’aspetto mastodontico.
Contrariamente alle aspettative però all’interno di questi impressionanti manufatti non furono rinvenute le mummie dei tori, ma bensì erano tutti vuoti, ad eccezione di alcuni resti di ossa non meglio identificate.
Questi eccezionali sarcofagi sono stati ricavati dai blocchi di puro e durissimo granito estratto singolarmente nelle cave di Assuan, ad oltre 950 Km di distanza da Saqquara, luogo dove furono portati e posti all’interno i sotterranei del Serapeo.
I monumenti perfettamente lisci e simmetrici, misurano all’incirca 4 metri di lunghezza, 2.30 metri di larghezza e 3.30 metri di altezza, e dal peso approssimativo di 90/100 tonnellate ciascuno.
Come è stato possibile per gli antichi egizi posizionare questi giganteschi monumenti all’interno di camere così strette e anguste?
È possibile invece che a differenza di quanto viene divulgato da sempre dagli egittologi convenzionali, questi sorprendenti manufatti, siano stati realizzati da una precedente civiltà pre-dinastica che risiedette nell’antico Egitto ben prima degli egizi stessi, e che poi furono successivamente riutilizzati da quest’ultimi per i propri culti?
E sopratutto, è possibile che questa civiltà fosse in possesso di strumentazione tecnologica tale da poter essere adoperata in campo edilizio per tagliare, levigare e squadrare perfettamente il granito considerato più duro d’Egitto, in un modo indubbiamente più incisivo rispetto a quanto avrebbero mai potuto fare gli egizi, dotati invece soltanto di attrezzature semplici e basilari come scalpelli di rame, seghe e trapani, che poco a nulla sarebbero serviti.

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